.:. CHIESE

CRISTO DEI DOMENICANI
Brindisi

Nel 1232, ad iniziativa del beato Nicola Paglia di Giovinazzo, superiore della domenicana provincia romana, venivano costruiti chiesa ed annesso convento del Cristo che sarebbe stato poi soppresso nel 1813. I Predicatori avevano così la loro seconda sede pugliese seguendo, la fondazione brindisina, quella tranese del 1224.
La cultura di committente e maestranze appare ancora ricca di riferimenti romanici, espliciti nella facciata monocuspidale, a corsi alternati di pietra bianca e carparo rosato, coronamento con archetti ciechi e sottolineatura degli spioventi ed ampio rosone in buona parte rifatto durante i restauri subiti dalla chiesa nel 1950 che, tuttavia, secondo il Cappelluti, è l'unica "in tutta la regione che riveli lo stile mendicante".
Sulla lunetta sovrastante il portale nel 1966 è stato collocato un rilievo di Giacomo Erriquenz rappresentante il Crocifisso con ai lati il beato Nicolò Paglia e san Domenico di Guzman. Sul lato sinistro della facciata, a m. 1,55 dal piano di calpestio e m. 2,60 dallo stipite della porta d'ingresso un'iscrizione, 1232 A(NNO) FU(N)D(ATIO) CO(NVE)NTUS, rende un preciso riferimento cronologico all'intrapresa domenicana. Sui conci della fiancata sono ben visibili le sigle degli squadratori: la croce, la croce ricrociata, X, N, NI, A, V, un probabile K. L'uso, in Brindisi, ha un riscontro coevo nel nucleo svevo del Castello Grande ed uno pregresso in San Pietro degli Schiavoni. Simboli dei mastri muratori: la squadra e il compasso, sono identificabili sul retro. La chiesa, che misura in larghezza m. 10,72, in lunghezza m. 31,50 oltre m. 2,50 del catino absidale, appare oggi ridotta di 1/3 in lunghezza rispetto all'originaria impostazione per la demolizione, resasi necessaria fra XV e XVI secolo per la compiuta definizione del saliente difensivo di Porta Lecce, del vano presbiterale e corale. A questi si accedeva per l'arco di trionfo, a sesto acuto, poggiante su due colonne sormontate da capitelli: è pienamente leggibile ancora quello di destra ove è la rappresentazione dell'Angelo, simbolo dell'evangelista Matteo, da allora chiuso da un semplice fondale.
Nell'interno, ad unica navata, con tetto a capriate, sono, sulle pareti limitari, i due soli altari barocchi non demoliti durante i restauri del 1950 e del 1972.
Sulla sinistra è quello eretto nel 1640 per volontà di Marco Antonio Noguerol che in questa chiesa volle essere sepolto; a sua memoria fu ammurata l'epigrafe tuttora in sito in cui si precisa esser stato miles hastatus in arce rubra e dunque di stanza sulle fortezze di Sant'Andrea. L'altare è dedicato alla Madonna del Rosario coi misteri scolpiti fra intrecci roseiformi; su di esso un'epigrafe rende sia l'impegno finanziario del Noguerol a proposito della sua dotazione che quello dei predicatori per le sacre funzioni a celebrarsi.
Sulla destra è l'altro altare, ora intitolato al Sacro Cuore di Gesù ma in precedenza a San Domenico, con stemma dell'O.P., con stucchi e statue rappresentanti San Giuseppe, la Vergine e San Domenico; le tele ora in sito, a sostituzione di quelle secentesche, sono state dipinte nel 1955 da Umberto Colonna.
Dei demoliti altari, l'uno dedicato a San Francesco Saverio, l'altro all'Annunziata, sono relitto le tele conservate nel museo diocesano "Giovanni Tarantini".
L'Annunziata deve ritenersi desunzione tipica della cultura di fine cinquecento - primi del seicento di cui furono protagonisti artisti locali piuttosto modesti che prediligevano operare su schemi compositivi precostituiti come l'utilizzo di stampe. In questo caso si può pensare all'incisione che Agostino Carracci ricavò da un dipinto di Orazio Sanmacchini. La parte superiore della tela, raffigurante il Padre Eterno e angeli rappresenta un'aggiunta settecentesca d'ignoto autore.
CampanileIl San Francesco Saverio fu dipinto dal pittore brindisino Giovanni Scatigno (1726 - c.1780), nel 1749 (foto).
Sull'altare maggiore è un crocifisso ligneo duecentesco che larga venerazione ebbe in Terra d'Otranto.
Il suo arrivo fu riferito e spiegato quale espressione della volontà divina attraverso l'elaborazione di una leggenda che nella sua struttura ha iterazioni in provincia, con il Cristo degli zingari di Latiano, con il Cristo del naufrago di Torchiarolo e l'altro, omologo, di Serranova.
I rapporti postulati dalla leggenda con Alessandria d'Egitto non possono intendersi nel correlativo senso di una attribuzione dell'opera a quell'ambito culturale; come ha rilevato Alfredo Calabrese "il Crocefisso di Brindisi, nato verso la fine del XIII secolo, è stilisticamente l'opera più nordica esistente nella Terra d'Otranto, e viene attribuita da più studiosi ad un intagliatore tedesco o ad un artista italiano influenzato dalle forme scultoree della civiltà nord europea che ruotava intorno alle cattedrali di Chartres e di Reims". Di esso si producevano, ad uso dei devoti e in formato ridotto, com'è attestato dai frammenti rinvenuti in Campi Salentina, copie fedelissime nel "puntuale riporto della modellazione del panneggio leggero e teso nelle fitte pieghe disposte in linee circolari e che seguono la forma del corpo, nella accurata riproduzione della muscolatura marcatamente accentuata dei tendini induriti e fitti del braccio destro"
La statua lignea policroma della Madonna della Luce è nota come Madonna della Pisara. Ciò per la leggenda che vuole la Vergine punire con una pisara, pesante attrezzo agricolo in pietra, l'oltraggio subito da un soldato francese. Sul libro che il Bambino Gesù tiene aperto sulla sinistra è la scritta EGO SUM LUX MUNDI. La statua, che è possibile provenga dall'altra chiesa domenicana della Maddalena pare opera non estranea ad ambiti o influssi arnolfiani ed attribuibile al XIII secolo.

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Madonna della Luce
Interno
Crocifisso
Abside
Rosone
Rosone durante il restauro (*)
Altare Sacro Cuore

(*) Foto Studio D'Amato Engeneering per Uff. Beni Culturali Ecclesiastici
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Il restauro della chiesa del Cristo dei Domenicani in Brindisi
Motivazioni dell'intervento e metodologie (relazione tecnica dell'ing. Luigi D'Amato)

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