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BRINDISINI NEL MONDO

Rosario Mascia
Diario di viaggio della Valigia delle Indie

Prima parte: La partenza

"Himalaya", il fuoristrada russo col quale inizio questa avventura, si incanala nello scarso traffico serale del gelido gennaio londinese. Accanto ho mia madre che nonostante i suoi 75 anni non vuol perdersi la prima parte di quest'avventura: ripercorrere il viaggio lungo la rotta della Valigia delle Indie, dalla capitale dell'ex impero britannico sino a Bombay.
Ben stipate nel portabagagli dell'auto, 170 buste filateliche per collezionisti costituiscono la Valigia: recano l'annullo di Londra e sul retro riceveranno quello delle città di tappa a cominciare da Parigi per proseguire via Lione, Modane, Torino, Bologna, Ancona, Bari sino a Brindisi, il porto che dal 1870 al 1914 fu l'ultimo polo terrestre dei treni di lusso "Peninsular Express". Composti dalle carrozze della Compagnia dei Wagons Lits, la loro ultima fermata, dopo 2.250 chilometri percorsi alla velocità commerciale di 48 chilometri l'ora, era la Stazione Marittima, sotto le murate dei piroscafi della Peninsular and Oriental Steam Navigation Company, pronti ad accogliere i fieri ed orgogliosi figli di quell'Inghilterra, sui cui dominii non tramontava mai il sole, ed a salpare per Alessandria d'Egitto, Suez, Aden, Bombay.
La maggior parte di loro viaggiava per servizio, militari, funzionari dell'amministrazione coloniale britannica, ma anche commercianti, mogli che raggiungevano i mariti, a volte intere famiglie che si trasferivano, fidanzate, giornalisti, scrittori, avventurieri e agenti segreti che nell'Himalaya sarebbero stati impegnati nel "Great Game", il Grande Gioco, così magistralmente descritto da Kipling nei suoi libri, terreno di scontro tra le piu' abili spie al servizio dell'Intelligence Service, dello Zar e dell'imperatore cinese.
Thoma WaghornLa mia avventura vuol essere anche un omaggio a Thomas Waghorn, un intraprendente ufficiale della Royal Navy che la notte del 28 ottobre 1929 partì da solo dalla Victoria Station in carrozza con alcuni dispacci per Sir John Malcom, governatore di Bombay, mosso dalla ferma volontà di aprire una nuova e più celere via per la corrispondenza da e per le Indie, in luogo del lungo periplo dell'Africa e che nonostante abbia contribuito alla grandezza dell'Impero britannico fu ben presto dimenticato. Solo l'insistenza di alcuni amici riuscì a fargli ottenere una misera pensione governativa di venti sterline per gli "eminent services" resi.

Terminata l'epopea, dismessi velieri e navi passeggeri su quella rotta, raggiungerò l'India via terra attraversando in solitario Grecia, Turchia, Iran e Pakistan. Un viaggio più lungo e più avventuroso ma non v'è scelta. I venti di guerra che spiravano sull'Irak si trasformano in conflitto ed il viaggio subisce una lunga battuta d'arresto durante la quale termino tutti i lavori per preparare "Himalaya" ad affrontare i circa diecimila chilometri che mi separano dalla mia méta. Visti sulla mappa non sembrano poi così difficili ma so per esperienza che le linee rosse e blu sono ingannevoli: sul terreno in Anatolia ed in Pakistan, principalmente, un tratto di cento chilometri può richiedere anche otto ore di guida!
I visti mi vengono rinnovati ma non quello dell'Iran dove le manifestazioni degli studenti inducono le autorità a non favorire l'ingresso di giornalisti nel paese. L'Afghanistan, la via alternativa, è ancora troppo instabile per tentare di seguire una delle rotte della via della seta. Decido di partire ugualmente e di tentare la sorte. Cercherò di prendere il visto mancante ad Istanbul, Ankara o Erzurum, l'ultima città con una rappresentanza diplomatica iraniana.

Le luci di Brindisi sono puntini all'orizzonte in questa notte di luglio mentre il traghetto si allontana dalla costa. Il mio viaggio celebrativo riprende verso Oriente, la parte più interessante dell'avventura.
Ad Atene, avvolta in una cappa di smog che rende ancor più opprimente il caldo, i tecnici della Lada Hellas controllano per l'ultima volta "Himalaya" prima di inoltrarmi lungo strade sulle quali trovare assistenza potrebbe essere un problema. Lascio la capitale dell'antichità classica dirigendo a nord, costeggiando il Golfo Termaico dove il mare in alcuni tratti è di un blu cobalto così intenso che invita a tuffarvisi per scoprire l'origine di quel meraviglioso colore. Quando giungo a Salonicco è ormai notte ma il giorno dopo dedico qualche ora alla visita della città che fu una importante stazione di posta per il cambio dei cavalli lungo la via commerciale dei Balcani ed il secondo centro culturale durante l'impero bizantino, privilegio che ha mantenuto anche nella Grecia moderna. Sono in Macedonia, una parola che fa bollire il sangue nelle vene dei greci e che per poco non apriva un nuovo fronte di guerra durante il conflitto yugoslavo. Qui nel 1923, dopo il Trattato di Losanna, che stabilì i confini della Turchia moderna, si riversarono le ondate di profughi costretti a lasciare l'Asia Minore per lo scambio forzato delle popolazioni ed ironia della sorte proprio a Salonicco ebbe i natali Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia.
Lascio Salonicco e la Macedonia puntando verso il confine. Xanthi, in Tracia, è l'ultima cittadina greca prima della frontiera che merita una sosta, un villaggio vivace, dove greci e turchi, chiamati da Atene "greci di religione musulmana", convivono pacificamente. Il caldo è meno opprimente ed i ritmi di vita seguono ancora quelli contadini, "forse in virtù delle piantaggioni di tabacco che sono le più importanti del paese" mi dice in un eccellente italiano Demetrio Stefanis, un agronomo laureatosi all'università di Napoli che mi invita in pizzeria dove gusto diversi tipi di pizza alla greca, più croccante, sottile, e farcita di quella italiana. L'indomani, prima di partire, visito la parte storica della cittadina, sulla collina, dove il retaggio della dominazione ottomana è evidente con le case in legno ed i piani sporgenti della città vecchia. Il primo caffè alla turca lo bevo al bar della piazza Plateia Kentriki.

Parte Seconda: Attraversamento della Turchia - verso le steppe dell'Anatolia

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