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Monumenti - L'ACQUEDOTTO
ROMANO
Scheda storica a
cura di Roberto Piliego
I Romani, grandi
costruttori, realizzarono pure a Brindisi, nel I secolo
d. C., sotto l'imperatore Claudio (10 a. C. circa-54
d. C.), un acquedotto che portava acqua alla città
dalla zona acquifera di Pozzo di Vito (a metà
strada tra Brindisi e San Vito dei Normanni, a Nord
della strada statale 16, l'Adriatica). Qui fu costruita
una grande vasca cilindrica, nella quale confluivano
- per mezzo di ben costruiti cunicoli filtranti - le
acque degli altri pozzi dei dintorni; lungo la strada
per giungere in città (dodici chilometri), l'acquedotto
romano raccoglieva le acque di altri pozzi appositamente
scavati. Prima di entrare in città ed essere
utilizzata per usi potabili, l'acqua veniva depositata
nei serbatoi costituiti dalle grandi "vasche
limarie" (foto),
delle quali le parti rimaste - ora restaurate - si trovano
a lato del bastione di Porta Mesagne, dove restava per
qualche tempo per far precipitare sul fondo il fango
(il "limo"). La magnifica volta del grande
serbatoio fu demolita, e le vasche furono interrate,
allorché si rese necessario - nel 1530 - costruire
le nuova mura a difesa della città, cui provvide
il generale Ferdinando di Alarçon, per conto
di Carlo V d'Asburgo. Le vasche furono scoperte nel
1886, in occasione dello sterro operato nel terrapieno
per l'apertura di una strada.
Un
altro serbatoio, comunicante con la rete di quell'antico
acquedotto, e cunicoli filtranti furono ritrovati sotto
il piano stradale della via Pozzo Traiano, prima della
salita S. Dionisio: l'imperatore romano (52-112 d. C.)
del quale porta il nome, che si trovava a Brindisi con
l'esercito in attesa del tempo favorevole per imbarcarsi
per le sue campagne orientali contro Armeni e Parti,
ne avrebbe ordinato la costruzione per provvedere di
acqua i soldati e i cavalli, evidentemente acquartierati
in quell'area, nelle vicinanze del porto. Più
che un pozzo sembra un grande deposito (conserva) d'acqua,
collegato all'acquedotto che alimentava le fontane della
città; sino alla fine dell'800 era detto dai
brindisini il "pozzo della città".
Altra acqua giungeva in città dal fiume di Celano,
chiamato nell'uso popolare Cerano, che per buona parte
scorreva "celato" sottoterra.
Nell'attuale porto
medio (considerato esterno prima della costruzione del
Castello Alfonsino), defluivano le acque di due fiumi,
grande e piccolo, una volta denominati "Delta"
e "Luciana". Sullo stesso lato, in località
Apollinare (da un tempio dedicato ad Apollo), furono
ritrovati resti di terme romane, alimentate evidentemente
dalla grande disponibilità di acqua dolce. Altri
avanzi di antiche terme furono ritrovati nel 1925 in
piazza Vittoria, durante i lavori per le fondazioni
del palazzo delle Poste, e in piazza Crispi nei pressi
del bastione S. Giorgio. Sulla sponda opposta del porto
medio vi erano le "fontanelle", sorgenti di
acque potabili, celebrate probabilmente da Virgilio
nell'Eneide, e - più vicina al canale - la sorgente
chiamata dai brindisini "abisso", ma anche
pozzo di Plinio, perché fu studiata da Plinio
Caio Secondo il vecchio (23-79 d. C.), che scrisse nella
sua monumentale "Storia Naturale": 'Brundusii
in portu fons incorruptas praestat aquas navigantibus'.
Una volta c'erano
due colli all'imbocco dell'attuale canale Pigonati (il
più alto era quello posto sul lato del Casale),
che furono spianati da Cesare in occasione della guerra
civile con Pompeo, per restringere l'accesso al porto
interno: da questi e dagli altri colli sgorgavano acque
abbondanti e dolcissime. La disponibilità di
acqua rendeva il terreno agricolo molto fertile, tant'è
che Strabone scrisse: 'Fertilior ager Brundusinus, quam
Tarantinus'. Le colline che si affacciano sul porto
interno (promontorio di S. Andrea, dove sono ora le
chiese di S. Paolo e S. Teresa, il sito delle colonne
e, al lato opposto, S. Maria del Monte) erano piene
di giardini, di uliveti e vigneti. Una fonte di acqua
salata, che nel Medioevo ha dato il nome al rione (pitagio)
detto della Fontana Salsa, si trovava tra il Castello
grande e S. Paolo. Molta acqua dolce finiva in mare,
tra cui quella condotta dai canali Cillarese e Patri,
che sboccano nelle insenature del porto interno: il
primo nel più lungo seno di ponente, dove sono
il termine dell'antica via Appia e il Castello grande;
il secondo nel seno di levante.
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