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LE STORIE DELLA NOSTRA STORIA
IL SALVATAGGIO
DELL'ESERCITO SERBO
Gennaio-febbraio 1916
Sul lungomare del porto di Brindisi,
nei pressi della Capitaneria di Porto, è ammurata
una epigrafe in marmo che ricorda il salvataggio di
oltre centomila profughi serbi durante la Grande Guerra.
Nell'epigrafe si ricorda uno dei più il tristi
momenti della prima guerra mondiale, il salvataggio
di quello che rimaneva dell'esercito serbo in ritirata
verso l'Albania dall'offensiva nemica austro-ungarica,
bulgara e tedesca.
L'esercito
serbo, circondato da quello nemico, non trovò
altra via di salvezza che raggiungere la costa albanese,
presidiata dalle nevi italiane. A Durazzo giunsero solo
ottantamila uomini e a S.Giovanni di Medua altri sessantamila,
mentre durante il tragitto ne morirono circa trecentomila,
considerando la difficoltà nell'attraversare
quel territorio impervio, il freddo, le epidemie e gli
attacchi subiti da parte della popolazione locale, ostile
a questo esercito in rotta e fiero della propria indipendenza.
L'esercito italiano, considerata la grave situazione
umanitaria, si prodigo nel creare due campi di assistenza
sulla costa albanese, uno a Valona e l'altro a Durazzo,
con ospedali, alloggi, dispensari e magazzini.
Si inizio così il trasbordo di qeusti profughi
e le prime navi facevano spola tra la costa orientale
adriatica e quella occidentale, nel porto di Brindisi.
Ma
con la resa del Montenegro nel gennaio del 1916, quando
gli eserciti austro-tedeschi puntarono direttamente
sui porti albanesi, si rese necessario accellerare la
fase di salvataggio di quel che rimaneva dell'esercito
serbo.
Operarono 45 navi italiane, 21 francesi e 11 inglesi,
che entro il 9 febbraio di quell'anno riuscirono a trasferire
dall'altra parte dell'Adriatico i serbi in ritirata
e tra loro anche il re Pietro I Karageorgevich, il principe
ereditario Alessandro, che aveva guidato la resistenza
serba prima della ritirata, il primo ministro Pasic
e i membri del governo nazionale. Queste autorità
e i supestiti successivamente si spostarono a Corfù
dove cercarono di ricomporre l'esercito.
Il 22 gennaio giunse a Brindisi anche la famiglia reale
del Montenegro, il re Nicola, la regina Milena e le
principesse Vera e Xenia, che dopo alcuni giorni si
trasferirono in Francia.
Durante queste traversate vi furono diverse perdite
di navi italiane, sia militari che mercantili, infatti
gli austriaci riuscirono a disseminare numerose mine
nel canale di mare che collegava Brindisi con Valona.
A
ricordo di questi avvenimenti fu posta sul lungomare,
il 10 febbraio del 1924, l'epigrafe marmorea (foto
a lato) dove vengono citati solamente i 202 viaggi
delle navi italiane, ma non vi è riferimento
anche ai 101 viaggi francesi e i 19 inglesi, che contribuirono
al salvataggio:
"Dal dicembre MCMXV al febbraio
MCMXVI le navi d'Italia con cinquecento ottantaquattro
crociere protessero l'esodo dell'esercito serbo e con
duecentodue viaggi trassero in salvo centoquindicimila
dei centottantacinquemila profughi che dall'opposta
sponda tendevano la mano".
Foto nel testo (fototeca
Briamo - Biblioteca Arcivescovile "A. De Leo")
in alto: il principe Alessandro incontra le autorità
militari al suo arrivo a Brindisi;
in basso: lo stato maggiore serbo sbarcato nel porto
brindisino.
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Bibliografia:
» G. Carito, Brindisi
- Nuova Guida. 1993
» Giuseppe Teodoro Andriani, La base
navale di Brindisi durante la grande guerra.
1993
» Lionello Maci, Il Novecento.
2001 |
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